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Ricordi e curiosità

Interventi di amici e parenti, trascrizione di aneddoti orali: Bianca Zambrano, Iolanda Egidi Pallottino, Giovanni Vittorio Pallottino.


Sono ormai trascorsi trent’anni dalla scomparsa di Massimo Pallottino ma io, come sua segretaria per ben venticinque anni, ne conservo la memoria oltre che per la sua grandezza di storico (come amava definirsi) anche per il suo lato umano che forse pochi hanno conosciuto. Pallottino sapeva essere gentile o collerico (e ben lo sanno i suoi allievi e la sottoscritta!!). Quando qualcuno telefonava io ero in ansia perché non sapevo mai se il Prof. era disposto a parlare con chi chiamava o meno (anche se ormai conoscevo molto bene l’espressione del suo viso). Un giorno telefonò l’allora Ministro per i Beni Culturali e Ambientali Giovanni Spadolini ed io, dopo averne detto a voce alta il nome, guardai il Prof. tenendo ancora la cornetta alzata per capire se desiderasse parlarci. La sua reazione fu immediata e quasi collerica: “ora non ho tempo per le chiacchiere ho molte cose urgenti da fare… che ritelefoni” disse ad alta voce. Il Ministro Spadolini sentì e ridacchiò dicendomi che lo avrebbe richiamato. Questo era il Pallottino irascibile e non prevedibile. Al contrario se a telefonare era la moglie o il suo amico prof. Paolo Graziosi allora anche se aveva gente in studio e parlava di cose importanti il suo tono diventava paziente e gentile (voglio sottolineare che queste due persone erano le uniche esenti dal fervore lavorativo del professore che non si concedeva mai un attimo di riposo). Ecco questo è un piccolo ritratto umano del mio grande maestro di vita che nonostante tutti i rimproveri (ma spesso anche elogi) era “Bianca dipendente” come spesso ripeteva a tutti.

Bianca Zambrano

L’altruismo di Massimo
23 giugno 1945. Sto tornando a casa, ho il cuore a pezzi: ho visto partire Adriano per il Nord – appena liberato – su un camion diretto a Sondalo per essere ricoverato in un ospedale per ammalati di tubercolosi. Non so quando e se mai ritornerà.
Suono al cancello e viene ad aprirmi Massimo in uniforme da ufficiale. Meravigliata, gli chiedo come mai sia a casa a quell’ora, sono appena le due del pomeriggio.
Guardandomi con tenerezza mi dice: “Sono tornato prima perché ho pensato che oggi ti saresti sentita tanto sola’’.
Sono scoppiata a piangere a questa sua delicatezza di aver saputo vedere la sofferenza altrui, nonostante stesse vivendo in quel momento una vera tragedia familiare.

Massimo nonno
Sono andata a trovare Maria ed entrando in salotto vedo Massimo carponi con Silvia sulle spalle che con una paletta di legno incita il nonno a correre.
Vedere Massimo sempre serio, chiuso nei suoi pensieri, sempre seduto davanti ai suoi libri e alla sua macchina da scrivere, vederlo diventare gioco per la sua nipotina, è stata per me la rivelazione di un altro aspetto della sua personalità.

La sua umiltà nel farsi piccolo
È Pasqua. È stato sacrificato l’agnellino che abbiamo nutrito di nascosto dai bambini. Rina ha preparato un bell’arrosto e la fame è così tanta, che anche se con dispiacere, si aspetta con ansia l’ora di pranzo.
Urlo di Mammà, nel sugo freddo c’è l’impronta vuota di una patatina. Chi ha avuto la spudoratezza di rubare una patata? Silenzio generale, poi una vocetta triste si confessa: “Sono stato io, avevo fame!”.

Altruismo e coraggio al di là del pericolo
Entro in camera di Massimo per mettere a posto la biancheria stirata e vedo una camicia da notte maschile appallottolata e le pantofole gettate una qua e una là. Chiedo spiegazioni e Massimo mi racconta che quella notte ha sentito bussare alla finestra, era il suo amico Raffaele Ferruzzi, giornalista antifascista, che gli chiedeva di poter entrare e nascondersi per sfuggire ai tedeschi che lo volevano arrestare. Era passato attraverso un buco della recinzione che divideva il suo dal nostro giardino. E Massimo, senza pensarci un attimo, gli dava vestiti e scarpe e lo aiutava a fuggire.
Neppure per un attimo ha pensato che i tedeschi, già molto vicini, si sarebbero potuti accorgere del passaggio e venire a controllare a casa nostra. Vedendo la camicia a terra avrebbero capito che Massimo lo aveva aiutato a scappare.

Iolanda Egidi Pallottino

Fra le mille cose delle quali vado obbligato a mio padre voglio ricordarne due, delle quali mi ha dato grande esempio. Si tratta dell’amore per la cultura e dell’onestà intellettuale, che troviamo entrambe espresse nel suo testamento spirituale con le parole: “Ho amato la conoscenza, disperatamente la imparzialità.”, dove la seconda prevale sulla prima. E qui va sottolineato il risvolto etico della virtù dell’imparzialità, che significa anche onestà intellettuale, della quale si sente oggi viva necessità in un mondo che su ogni cosa è irrimediabilmente spaccato in due fra chi la pensa in un modo e chi in un altro. Dove gli uni e gli altri sono però accomunati dall’accettazione acritica delle tesi e delle iniziative della propria parte e dall’altrettanto acritico rigetto di tutto ciò che proviene dalla parte opposta. E dove si pone il massimo impegno a ignorare rigorosamente qualsiasi eventuale merito dell’avversario, il quale va sempre percepito e trattato come nemico, da ridicolizzare o da demonizzare a seconda dei casi. Ma l’imparzialità riguarda anche l’onestà intellettuale a livello metodologico. Che è un criterio essenziale nella ricerca scientifica, un criterio che impone di porre attenzione imparziale e mai prevenuta a qualsiasi elemento avverso alle tesi da noi sostenute, allo scopo di saggiarle e se necessario demolirle introducendo i nuovi elementi.
Quanto all’amore per la conoscenza l’ho respirato in casa da sempre, trovando stimolo all’interesse per tutti i grandi temi della cultura senza alcuna discriminazione fra le discipline umanistiche e quelle scientifiche, da porsi tutte a un medesimo livello di dignità. Superando quindi il cosiddetto dilemma delle “due culture”, tanto che per qualche tempo rimasi in dubbio se iscrivermi a Lettere oppure a Ingegneria sotto la spinta dei miei interessi personali che erano molto vivi in entrambi gli ambiti disciplinari.
Qui devo ricordare uno degli aspetti meno noti dell’impegno di mio padre e cioè l’attenzione concreta e operativa verso la scienza e la tecnologia per i loro contributi alle scienze storiche e archeologiche. Egli infatti fu parte attiva della Commissione per le cosiddette scienze sussidiarie dell’archeologia, istituita nel 1967 e presieduta da Paolo Graziosi, che condusse poi alla costituzione dell’attuale Istituto per le Tecnologie Applicate ai Beni Culturali (ITABC) del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Ma ben prima di queste vicende ricordo di aver sentito mio padre parlare con entusiasmo dell’ingegner Carlo Maurilio Lerici e dell’impiego del mitico “magnetometro a protoni” per le prospezioni nei siti archeologici.
Parte essenziale, sebbene spesso disattesa, dell’amore per la conoscenza è la cura dei dettagli. Questa attenzione l’ho appresa da mio padre in infinite occasioni, intendendola e percependola da sempre come una irrinunciabile forma di rispetto verso gli argomenti in studio: esatta grafia e pronuncia dei nomi, dei luoghi e delle unità di misura, corretta localizzazione geografica e storica degli eventi… E a questo proposito ricordo lo sconcerto di mio padre quando ricevette una risposta insensatamente anodina a una lettera con cui aveva segnalato al Touring Club alcune non banali inesattezze riscontrate nelle pubblicazioni di quel sodalizio. Pubblicazioni che in passato erano unanimemente considerate di indiscutibile autorevolezza.

Giovanni Vittorio Pallottino