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Saggi editi

Saggi su Massimo Pallottino pubblicati entro il 2018.


Poco più di mezzo anno fa, il 24 maggio 1994, rendevamo omaggio in questa Accademia all’ultimo libro di Massimo Pallottino, «Origini e storia primitiva di Roma». Fu per noi una felice occasione per salutare il nostro Socio nazionale, decano della Categoria archeologica, per dirgli la nostra ammirazione e il nostro affetto. Nessuno di noi avrebbe supposto che a breve distanza di tempo, il 7 febbraio 1995, Egli sarebbe improvvisamente mancato a quell’ammirazione, a quell’affetto. Mancato di persona: perché la memoria di uno scienziato così grande, così insigne, così straordinario non diminuisce e anzi si accentua con il distacco terreno. Se allora vedevamo la sua opera in divenire, ora la vediamo compiuta, nelle dimensioni imponenti, per qualità e per quantità, che la caratterizzano.

Sotto l’impressione di un lutto che ci sgomenta e ci sconvolge, ci siamo subito chiesti cosa avremmo potuto fare perché non mancasse, al più presto, una testimonianza del nostro pensiero, del nostro sentimento. E ci è sembrato che, per cominciare, avremmo potuto e dovuto riunirci qui, nel trigesimo della scomparsa, per rendere pubblico il nostro ricordo, il nostro dolore. Abbiamo pensato che l’iniziativa potesse e dovesse essere dell’Accademia, l’istituzione italiana più prestigiosa tra le molte a cui appartenne, anzi che lo vollero tra loro. “Tra i molti, i moltissimi che sono qualificati a ricordarlo, abbiamo pensato in primo luogo a coloro che hanno veste di dirigenza e di rappresentanza nelle istituzioni in cui egli stesso ebbe una tale veste.

Così, dunque, ci succederemo nelle testimonianze. Ma se altri lo desiderano, potranno prendere brevemente la parola dopo di noi, preavvertendoci: colleghi, allievi, amici, compagni in qualsiasi modo del suo viaggio terreno. Intendiamo pubblicare al più presto questo ricordo; e lo porteremo alla nostra cara, amata Signora Maria, che rivediamo vividamente, con gli occhi della memoria, incedere al suo fianco in queste sale, per queste sedute nelle quali tanto si impegnò e che tanto onorò.
Vuol essere un contributo semplice, spontaneo, affettuoso di uomini e di donne che sono stati per qualche tempo e in qualche modo vicini al nostro caro, indimenticabile Massimo. Chiediamo scusa se il sentimento spontaneo e immediato prevarrà sulla meditata diagnosi scientifica; ma è proprio questo sentimento, che tutti ci accomuna e in cui tutti siamo uguali, ciò che vogliamo offrirgli oggi, in questo giorno di profondo, sconsolato dolore.

Il più grande archeologo del nostro tempo: questo giudizio correva largamente, e senza contrasti, nel mondo scientifico italiano e straniero, che tante inequivocabili manifestazioni, tanti riconoscimenti al livello più alto, ne diede nel corso degli anni.
Non v’era Accademia del mondo che non lo volesse tra i suoi soci: dal prestigioso Institut de France alla Pontificia, dalla Society of Antiquaries alla Prehistoric Society di Gran Bretagna, dall’Archaeological Institute d’America all’Académie Royale del Belgio. Queste menzioni sono solo casuali, tante altre potrebbero aggiungersene.
E non v’era grande premio per la cultura che non gli venisse conferito, dal Balzan all’Erasmo.

A questi riconoscimenti rispondeva con una semplicità, con una disarmante freschezza che in lui non si sarebbero a prima vista supposte. Ricordo di avergli portato la notizia del Premio internazionale Balzan per le Scienze dell’Antichità e di aver avuto la risposta: «A me? È possibile?». Ma poi se ne rallegrava senza alcuna alterigia, con gioia giovanile; e alle istituzioni che avevano voluto onorarlo portava lunga, vissuta fedeltà. Certo, nel caso del Premio Balzan come di altri, gli era gradito in specie quel riconoscimento di storico del passato che riteneva la sua vera missione; e più gli anni avanzavano, più individuava nell’archeologia un mezzo, non un fine della ricerca. Il fine era che rivivessero, in una realtà non più mitica ma finalmente storica, quelle genti dell’Italia antica che tanto aveva contribuito a riscoprire, a intendere, a inserire nel flusso grandioso e solenne della nostra storia.

Ma archeologo fu, senza dubbio. E come archeologo diresse scavi a Capena, Cerveteri, Veio, Porto Torres e infine Pyrgi, dove illustrò da par suo, in uno studio magistrale, l’ormai celebre scoperta delle lamine d’oro scritte in etrusco e in fenicio nel santuario locale. Fu soprattutto nel campo della lingua e in quello delle origini che recò contributi fondamentali all’etruscologia. Anzi, possiamo e dobbiamo dire che Egli ebbe la rara ventura, e l’indelebile merito, di aver fondato, e stavo per dire inventato, l’etruscologia come scienza, togliendola dalle nebbie di quella che meglio si chiamerebbe l’etruscheria e dandole piena dignità. Il suo manuale «Etruscologia», più volte aggiornato e riedito, scandisce per così dire le tappe dei suoi studi in questo campo; e gli si affiancano i volumi sull’origine degli Etruschi, sulla pittura, sulla lingua. Mentre del più generale impegno archeologico, e insieme delle sue straordinarie qualità di sintesi, resta a testimonianza l’indimenticabile «Che cos’è l’archeologia».

Se dunque fu indubbiamente un archeologo (e quale!), Massimo Pallottino fu però anche e soprattutto lo storico che ambiva essere; e lo fu con grandezza incommensurabile. I due principali temi, distinti ma fortemente interrelati, della «Storia della prima Italia» e delle «Origini e storia primitiva di Roma» costituiscono il titolo di due opere che ebbe molto care, rispettivamente del 1984 e del 1993: la seconda, appunto, è quella che presentammo lo scorso anno. Aveva una straordinaria capacità di raccogliere le conoscenze e gli studi, ordinandoli e valutandoli con una completezza, un equilibrio, una originalità di giudizio che ricorderemo a lungo, anche perché dubitiamo di vederne mai di consimili.

Ora va detto, e altri potranno più direttamente testimoniarlo, che Massimo Pallottino fu anche un grande maestro. Con inarrivabile prestigio, egli ha tenuto a lungo quella cattedra romana di «Etruscologia e antichità italiche» da cui ha formato molti e validissimi allievi, alcuni dei quali ne continuano in più sedi universitarie l’insegnamento. Ed è stato un grande promotore di studi: si ricordino le istituzioni a cui ha dato vita e sovrinteso, dall’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici a quello per l’Archeologia Etrusco-Italica del CNR, dal Comitato per le attività archeologiche nella Tuscia all’Associazione internazionale di Archeologia classica; e si potrebbe continuare a lungo.

In questo fervore di iniziative, è doveroso ricordare anche le numerose mostre, che hanno diffuso la conoscenza degli Etruschi nel mondo: ultima e più prestigiosa quella che ha portato al successo, da Parigi a Berlino, il tema «Gli Etruschi e l’Europa». Inoltre, superando i limiti stessi del mondo antico, va ricordata una grande avventura della scienza che Egli diresse, «Enciclopedia universale dell’arte». In quell’impresa ebbi l’onore di lavorare con lui; e v’erano Giulio Carlo Argan, Mario Bussagli, Michelangelo Cagiano de Azevedo, Géza de Francovich, Vinigi Grottanelli, sotto la presidenza di Mario Salmi e di Giuseppe Tucci. Mai, lo dico con tutta sincerità, ho tanto appreso sul cammino della scienza.

Ancora un diverso filone dell’attività di Massimo Pallottino deve essere evidenziato: l’impegno per la tutela e la valorizzazione del patrimonio archeologico e artistico, italiano ed europeo. Come presidente della I Sezione del Consiglio Superiore delle Antichità c Belle Arti, esperto del Consiglio d’Europa, membro della memorabile Commissione d’indagine Franceschini e in tante altre circostanze ancora, Egli si è imposto come intelligente tutore e valorizzatore di quello straordinario complesso di archeologia e d’arte che, nei suoi studi, aveva saputo dominare come nessun altro.
E da ultimo, chiamato a presiedere la Società Italiana Dante Alighieri, aveva avviato in quella sede nuovi progetti, originali e fecondi.

I familiari, gli allievi, gli ascoltatori mi scuseranno se, per limiti di tempo e di competenza, non ho saputo dire di meglio e di più. Comprenderanno la mia commozione perché, venendo da tutt’altro ambiente e area di studi, fui da lui sostenuto, stimato, valorizzato in infinite circostanze. E comprenderanno perché quel sostegno, quella stima restano oggi tra le memorie che ho più care, e di cui sento maggiormente l’orgoglio. Resta, tra Lui e me, quel legame misterioso e profondo che solo la scienza sa creare, e che neppure con la vita può interrompersi. A testimonianza di quel legame, commosso e riconoscente, offro oggi alla Sua memoria l’ultimo volume delle nostre «Notizie degli Scavi», che magistralmente diresse e che ha visto la luce nel giorno stesso in cui Egli chiudeva gli occhi per sempre.

Sabatino Moscati
Ricordo di Massimo Pallottino nel trigesimo della scomparsa,
Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, 1995, pp. 5-7


TRE GIORNI DI STUDI IN ONORE DI MASSIMO PALLOTTINO

Ha tolto gli etruschi dalle nebbie del mistero

La fondamentale opera dell’archeologo, storico e indagatore linguistico che ha creato una nuova scienza – Una immagine finalmente unitaria e organica dell’etruscologia – Le nuove impostazioni sulla formazione storica, sull’arte e sulla lingua dell’antico popolo – Fervore di iniziative.

Da martedì a giovedì prossimo si svolgerà all’Università di Roma un incontro di studio in onore di Massimo Pallottino sul tema: “Etruschi a Roma”. L’incontro si aprirà con la presentazione dei tre volumi di Pallottino. Al convegno parteciperanno studiosi italiani e stranieri; tra gli altri: Raymond Bloch, Fausto Zevi, Filippo Coarelli, Mauro Cristofani, David Ridgway, Mario Torelli. Per l’occasione pubblichiamo questo articolo di Carlo Belli che ripercorre l’opera di Massimo Pallottino, nostro collaboratore, maggior studioso vivente della civiltà etrusca.

Non adopererò mai il balordo aggettivo “promozionale”, starnazzato dai politologi, anche se può andarmi perduta l’occasione di usarlo nell’esatto significato che esso vorrebbe avere. Parlando, per esempio, di Massimo Pallottino, si presentano per primi i concetti di impulso, di spinta, di stimolo verso dignità maggiore, di avanzamento di cose ottenute con l’impiego di appassionata attività, la quale può condensarsi in costante fervore d’incitamento. Date a Pallottino un buon appiglio culturale, specie nel campo che è suo, la storia, l’archeologia: dopo un poco vedrete questo spunto trasformarsi in una macchina ansimante, con cento rotelle che girano, con addentellati che permettono nuovi agganciamenti, un tutto pulsante che si potrà chiamare “Ente”, “Centro”, “Istituto”, e così via, nuclei che egli promuove, o dirige, o progetta per fare cultura.
Occorrerà dire che il maggior contributo a questa promozione di attività è dato dalle stesse opere che egli compone? Con simultaneo, improvviso lancio, escono ora tre suoi volumi, e sarà sarà sufficiente dare qui i titoli per avere un’idea degli interessi che scorrono sulla vasta tastiera dell’archeologo, dello storico, dell’indagatore linguistico, e del critico; il quale, a partire da martedì prossimo sarà onorato in tre séances all’Università di Roma. Alle origini dell’Italia antica è il primo di questi volumi, e già al solo annuncio pare aprirsi l’orizzonte ombroso e sterminato della storia italica avanti la conquista romana. Il tema affascinante sarà aggredito in un suo particolare aspetto, con il secondo volume: Documenti per la storia della civiltà etrusca, area nella quale Pallottino, come ben si sa, regna da principe. L’esperienza del confronto da lui sempre incoraggiata e perseguita come strumento di verità storica, gli fa scrivere poi il terzo volume: Immagini inedite e alternative di arte antica che sarà un pascolo prelibato per i cultori dell’interessante, difficile disciplina.
Facile capire con quale dottrina sarà svolto anche quest’ultimo tema, quando si ricordi il lungo consolato dell’autore al Museo delle Terme e a Villa Giulia in veste di ispettore e direttore nell’Amministrazione delle Antichità e Belle Arti, dal 1933 fino al 1940. Sette anni durante i quali egli poté compiere i primi scavi a Cerveteri e a Veio, con tale consapevolezza da vedersi aprire l’allora difficile varco all’insegnamento universitario, prima come incaricato a Roma, poi come professore di ruolo di archeologia e storia greca e romana all’Università di Cagliari (il che gli consentirà d’intraprendere altri scavi in Sardegna), finché nel 1945 assumerà finalmente la cattedra di Etruscologia all’Università di Roma, materia che aveva già insegnato quando era semplice incaricato nella stessa illustre scuola. Una scheda a parte [*] elenca i numerosi titoli accademici e incarichi culturali di cui si vale il nostro personaggio, indicato come il maggior conoscitore vivente della civiltà degli antichi etruschi, e in modo particolare riconosciuto quale promotore di una immagine finalmente unitaria e organica della etruscologia.
Questa nuova impostazione del problema etrusco, intuita fin dagli anni della giovinezza e sempre sostenuta dal Pallottino, può essere considerata a buon diritto una conquista della cultura moderna. Prima che egli la proponesse in un saldo e coerente organon di scritti e di lezioni, il mondo etrusco era rappresentato dagli archeologi, dagli storici dell’arte, dai linguisti, soltanto in un generico conglobamento dei fatti della storia universale, e con questa prospettiva veniva sempre considerata la vita di quel popolo antico da studiosi di fama mondiale (potrebbero essere qui citati Gerhard, Pernier, Giglioli, Brunn, Pericle Ducati, Weineberg, Bianchi Bandinelli, Kaschmitz, Alessandro Della Seta, un Devoto, un Battisti, e metterei pure l’Emanuel Löwy), quasi che quella “presenza” storica, dico l’essere in sé del mondo etrusco, non fosse pensabile quale vettore indipendente di una civiltà peculiare.
Nasce così l’Etruscologia, come disciplina a sé stante, dove archeologia, storia dell’arte, fonti letterarie, epigrafia, linguistica, aspetti religiosi, politici, amministrativi del mondo etrusco, vengono studiati da “specialisti” e presentati in un “unicum” ben distinto da altri rami della storia universale. Nasce per felice caparbietà di Pallottino, e già da qualche anno questa scienza nuova, sempre per merito suo, entra nelle Università: Roma, Firenze, Bologna, Siena sono ormai sedi di tale insegnamento, e altre cattedre sono previste con i nuovi concorsi.
Questa felice intuizione che riconduce le testimonianze etrusche in una loro entità distinta, può derivare da una concezione personale che Pallottino ha sempre avuto dell’archeologia. Per poco che si pensi – e, incredibile, per secoli non ci si volle pensare – essa archeologia non è che storia. Non dunque “ancella della Storia”, o per converso, non storia “ancella dell’archeologia”. Oltre i limiti di questa insapore querelle accademica, si erige la Storia nella quale confluiscono singole e ben distinte unità di vita. E non occorre più far tintinnare l’eco della tautologia crociana (“la Storia è ciò di cui narra la Storia”) per conferire all’archeologo Massimo Pallottino l’attribuzione di storico del mondo antico, scavalcando così ammuffite classificazioni, secondo le quali “storici” sarebbero soltanto coloro che si dedicano allo studio delle fonti storiografiche e letterarie, quasi che l’archeologia non costituisse di per sé storia, testimonianza ancora pulsante di vita anteriore. Non si vorrà comunque assumere questa dichiarazione anticonvenzionale come omaggio a certo afflato che vien su dai trabocchetti accademico-marxistici per proporre, con la consueta fanatica miopia, magari anche l’archeologia quale dato del materialismo storico. Pallottino si era già premunito contro queste povere interpretazioni, specie nelle pagine finali del suo grande volume Che cos’è l’archeologia, pubblicato in seconda edizione dalla Sansoni nel 1968, dove il concetto moderno di archeologia viene configurato come un nuovo umanesimo, comprensivo di ogni ricerca che riguardi la Storia.
Discende da questi ripensamenti il rifiuto sempre posto da Pallottino a certi luoghi comuni, fioriti specialmente in aree letterarie. Eccone uno: il “mistero etrusco”. Non ne vuol sentir parlare, almeno in sede scientifica. Una annotazione di suo pugno a certe mie inchieste dice: “i nuovi indirizzi hanno riportato la civiltà etrusca nella solida realtà della civiltà antica greca, italica, romana, togliendola da quella arcana atmosfera di isolamento accreditata dagli stessi studiosi e pur sempre cara a un pubblico affascinato dagli enigmi…”.
Non si poteva spiegare meglio la sostanza di questi nuovi “indirizzi”, volti, com’è chiaro, a perseguire la verità storica dentro alla Storia, e non fuori di essa. Una conseguenza pratica di questo rifiuto si riflette sul problema delle origini. Da sempre si era ipotizzata una provenienza degli Etruschi da Oriente, o da Settentrione o da chissà dove. Ebbene, con un argomento lampante, Pallottino fulmina queste arcane nebbie, affermando che un popolo come l’etrusco non poteva essere “venuto” da qualche parte (come chi dicesse “da dove vengono i Francesi, o gli Italiani?”), ma doveva essersi formato da molteplici fattori. Non provenienza, dunque, ma formazione. Un concetto che egli ebbe a esporre fin dal 1939, e ormai universalmente accettato e applicato nei nuovi studi di etnogenesi dei popoli antichi.
Tolleri ora il lettore un episodio personale che inserisco a questo punto, del resto come esempio di una ricerca presumibilmente folle. I cultori di arte contemporanea ricorderanno un personaggio straordinario, il barone Hausmann, presente al Cabaret Voltaire di Zurigo nel 1916, dove con. Tristan Tzara, Arp e altri si era fondato il movimento “Dada”. Pittore, scultore, poeta, fotografo, scienziato, ballerino, l’Hausmann, con la sua faccia di bambino brutto, era il ritratto del celeberrimo urbanista parigino dal quale direttamente discendeva. Lo incontrai nel 1937 in un castello presso Losanna dove, con altri amici, eravamo ospiti di una distinta signora. A quell’epoca Hausmann aveva già 58 anni e trovava sempre qualche difficoltà di passaporto nei transiti di frontiera, a causa del suo aspetto: non gli davano trent’anni. Intelligente, imprevedibile, colto, strampalato e raziocinante insieme lì, al castello, per venti giorni ne fece di tutti i colori. Mi pareva necessario schizzare qui, in due righe il tipo, prima di riferire ciò che una sera egli ebbe a narrarmi. Sentite. Nel 1913 (ma sull’esattezza di questa data non sono sicuro), perdurando nella cultura del tempo l’idea preponderante che gli Etruschi dovessero provenire da un lontano Oriente, l’Hausmann trovandosi a causa di certe sue ricerche nella penisola dello Yucatan, o per spirito di contraddizione, o per pura bizzarria, decise che gli Etruschi provenivano dal lontano Occidente. Noleggiò un barcone a motore (se lo poteva permettere), e da quella propaggine messicana , infervorato da nuova avventura, salpò per un folle volo, visitando isole e isolotti del Mar dei Caraibi, frugando scogli e atolli dell’Atlantico che attraversò fino a Gibilterra, di lì penetrando nel Mediterraneo e salendo, infine, il Tirreno fino a Ibiza, sempre in cerca di un ipotetico passaggio che gli Etruschi avrebbero potuto compiere buscando l’Oriente per l’Occidente. Già nell’arte dei Maya, egli asseriva di avere notato non so quale cuginanza con certa ermetica iconografia dell’arte etrusca; ma stupefacente ci parve la sua convinzione quando espose i risultati “scientifici” della sua indagine atlantica. Sassi lavorati, cocci, pezzi di legno con segni d’intarsio, pietre graffite, raccolti in quella sua fiabesca retata, dimostravano, a sentirlo, e con una probabilità del 60 per cento, la remota trasmigrazione di un popolo dall’America all’Europa, i cui costumi, le abitudini, gli utensili, messi a confronto con quelli degli Etruschi, sembravano combaciare in una palese identità.
Che dire? Ad Hausmann non si poteva mai credere, né non-credere. Esibiva prove ineccepibili quando pensavi che barasse. Barava per gusto di mistificazione quando lo credevi nel vero.
So bene che quanto ho ricordato qui non può avere forza di mettere neppure una pulce nell’orecchio degli scienziati, ma è servito lo stesso a testimoniare quanto assillante fosse l’interrogativo circa la provenienza del popolo etrusco, quando invece si tratta di un problema di formazione, indagando il quale Pallottino tende sempre più a riportare la storia etrusca nell’ambito di una storia italica, quale si presenta prima della conquista romana; e così, un onesto riflusso reca giustizia all’opera del mio prediletto Giuseppe Micali (L’Italia avanti il dominio de’ Romani, Milano, 1826), fruttuosa ricerca operata da un raro intelletto sull’assetto delle popolazioni specialmente appenniniche, dai secoli che si addentrano nell’età del bronzo, fin su all’epoca storica della guerra sociale.

La grande scoperta a Pyrgi
Anche in questa più obiettiva visione della realtà storica si rivela l’insofferenza del Pallottino per gli “schemi” fissi, posti e riproposti specialmente dai protostorici tedeschi (ma anche da qualche italiano), come assoluti paradigmi di classificazione, il che può anche servire – preso il metodo con una certa elasticità – a chiarire materie confuse, ma impedisce pur sempre il libero volo dell’intuizione; così come una negazione totale e preconcetta dello schematismo può introdurre un certo “possibilismo”, nemico del rigore scientifico. Cerca Pallottino un giusto equilibrio tra gli estremi, e si può constatare quanto gli è servita sia una provvidenziale rottura di schemi cementati, sia l’avvedutezza di non lasciar galoppare la fantasia: lo si scorge procedere sulla corda degli equilibri quando s’inoltra nel campo della protostoria italica e in particolare in quello delle origini e dei primordi di Roma, studi ai quali si è dedicato con intensità negli ultimi anni, prendendo a compulsare nuove sensazionali scoperte epigrafiche, e illustrandole da par suo. Si avverte in questa sua metodologia un ritorno alla buona tradizione, proposta questa che non dovrebbe più far paura dopo lo sconquasso avvenuto anche nel campo degli studi più severi da parte di un “ribellismo” tanto vuoto di propositi, quanto sfrontato.
Si riflette questo misurato superamento di schemi accademici, complementare del resto all’approfondimento scientifico, anche negli studi sulla lingua etrusca. Si dica pure che toccato dalla dea Fortuna fu Massimo Pallottino quando ebbe a scoprire a Pyrgi le famose laminette auree, una delle quali bilingue (etrusco-fenicia) di epoca tardo-arcaica. Si può arguire quale conforto a una retta interpretazione del documento portò il confronto tra i due testi. Mette conto ricordare, a questo proposito, che il problema dell’interpretazione dei testi etruschi fu dallo stesso Pallottino per così dire capovolto, nel senso che al vecchio metodo etimologico e combinatorio egli ha sostituito il criterio bilingue che trae senso dalla propria natura archeologica, oltre che dal confronto con testi affini in altri idiomi (greco, linguaggi italici, latino), considerando poi il tutto in una medesima sfera di civiltà. Come si vede, viene sempre affermata una visione globale della storia che include però varie, diverse e perfino contrastanti espressioni in una unica ratio poliedrica. Così anche per l’arte: non c’è un’arte etrusca che si possa pensare in assoluto, afferma arditamente Pallottino; si parli piuttosto di un’arte greco-italica di cui la produzione etrusca è un aspetto regionale che conserva naturalmente le sue componenti arcaiche, latrici a loro volta, di una propria “influenza” sul tardo-antico occidentale.
Ma per tornare alla lingua, pare che nell’ambito dei… segreti etruschi, essa rimanga lo scoglio più duro. Moltissimo si è già conquistato su questo campo, disposte le tessere una sull’altra, ossia vagliata ognuna in un continuo confronto analogico, scavando dentro al lemma, vale a dire considerando la stessa “voce” nei molteplici significati che può assumere in uno stesso periodo: problema di collocazione, dunque, cui si aggiunge la ricerca propriamente morfologica. Sono stati già individuati alcuni genitivi, qualche dativo; si sono potuti inseguire e raggiungere numerosi significati di una stessa forma verbale, si sono ravvisate radici di ceppo indo-europeo, altre di formazione autoctona, altre permanenti ancora nel buio, tanto che il Trombetti, studioso acharné della materia, riusciva già negli anni Trenta a costruire perfino una grammatica rudimentale della lingua etrusca. E quanto al vocabolario, oltre alle duecento e più “voci” che apparivano in calce a Etruscologia, il fortunato manuale di Pallottino (sei edizioni) pubblicato da Hoepli nel 1968, esce proprio ora un Thesaurus linguae etruscae, pubblicato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche a cura di Maria Stella Pandolfini Angeletti, sempre per la spinta del Pallottino, sovraintendente al difficile lavoro. Contiene questo primo volume un elenco alfabetico di lemmi, presentati con il più attento rigore scientifico, ognuno nella propria collocazione archeologica, filologica, epigrafica in cui è stato scoperto. Seguiranno gli altri volumi in cui le arole etrusche verranno elencate per significati, come un vero e proprio dizionario.
Ma poiché l’autore di questa nota non ha alcuna competenza llinguistica, archeologica e artistica che riguardi l’etruscologia, sarà opportuno per lui lasciare un campo così impervio e dichiarare che quanto si è scritto fin qui aveva soltanto lo scopo d’introdurre le onoranze che ora saranno tributate a Massimo Pallottino, ai cui illustri titoli accademici, si devono aggiungere le benemerenze conseguite come instancabile suscitatore di energie culturali promuovendo, dirigendo e incoraggiando istituzioni di ricerca nel campo della Soria antica, e, quasi non bastasse, svolgendo un’appassionata e ostinata atività in difesa del patrimonio archeologico, con le flebili speranze e le roventi delusioni che l’esercizio di tale milizia comporta.
Così, impostata la vita in una perenne agitatio, egli ci appare come chiuso in una cabina dove, per fare cultura, manovra congegni, aziona leve, fa girare rotelle, emette impulsi, muovendo un macchinone che forse lui stesso non riesce più a fermare, quasi che, subendo una sosta, tutto dovesse ricominciare da capo. Come riesce a badare a tanti congegni? Come arriva a produrre tanta messe? Eppure la giornata ha ventiquattro ore.

Carlo Belli
«Il Tempo», 9 dicembre 1979

* Si è ritenuto di omettere la scheda contenente dati reperibili nelle voci dei Dati biografici.