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Scritti di Pallottino

Antologia dei testi pubblicati.


 

 

IL “MISTERO ETRUSCO”: MITO E PSEUDO-SCIENZA

Considerata brevemente la storia degli studi etruscologici, non possiamo trascurare un altro aspetto dell’interesse della cultura moderna per il mondo degli antichi Etruschi. Sin dal Settecento, come abbiamo visto, questo mondo remoto e male afferrabile, per la mancanza di una documentazione storica diretta e per la singolarità delle sue reliquie epigrafiche, aveva esercitato sui dotti un’attrattiva fortissima, sproporzionata alla sua importanza, specie entro i limiti delle conoscenze di allora; né gli echi della “etruscheria” avevano mancato di diffondersi anche fuori della cerchia erudita, per esempio nelle imitazioni della ceramica inglese (a partire dalla creazione della manifattura Etruria di J. Wedgwood, 1769) e in altri spunti di ispirazione dell’arte applicata al margine del gusto neoclassico. Ma furono specialmente le clamorose scoperte del principio dell’Ottocento, le tombe dipinte, i tesori di vasi e gioielli dissotterrati tra le macchie e i dirupi della Maremma laziale, che crearono intorno all’ Etruria una singolare atmosfera di suggestione romantica, diffusa in tutta l’Europa specialmente attraverso una serie di libri di viaggi e descrizioni, di località e monumenti di cui il più famoso, brillante e documentato è quello già citato del DENNIS, e destinato a non più dissolversi.
Le incertezze e le polemiche degli studiosi sulla interpretazione delle iscrizioni etrusche, sulla classificazione della lingua, sul problema delle origini concorsero anch’esse a divulgare l’idea del «mistero» degli Etruschi, che divenne, ancora più che un modo (più o meno espressivo) di definire una situazione scientifica, una sorta di convincimento irrazionale, una vera e propria posizione aprioristica e sentimentale tenacemente radicatasi nella cultura moderna, un luogo comune tramandato attraverso le generazioni indipendentemente dal progresso degli studi. Il tema etrusco ha ispirato, tra l’altro, alcune pagine piene di spirito della letteratura contemporanea specialmente inglese, come quelle di D. H. LAWRENCE (Etruscan Places, 1932) e di A. HUXLEY (nei romanzi Those Barren Leaves, 1925 e Point Counter Point, 1928): attraverso le quali la interpretazione della civiltà dell’Etruria antica appare simbolicamente trasfigurata nel mito di un «mondo perduto», di una umanità spontaneamente naturale, festosa, carnale, contrapposto all’ordine razionale e morale della civiltà greco-romana e cristiana; frequentissimi sono del resto i richiami agli Etruschi, al loro fascino e ai loro enigmi nelle opere di poeti, narratori, saggisti dall’Ottocento fino ai nostri giorni1. Come è evidente, queste suggestive fantasie letterarie si sono sovrapposte alla immagine, non sempre chiara e sicura, che degli aspetti della civiltà etrusca risultava dalla ricerca archeologica e storica, cioè dai dati positivi della scienza, contribuendo ad alimentare pregiudizi e divagazioni. L’atteggiamento emotivo dei moderni verso gli Etruschi si manifesta generalmente in una curiosità, in un interesse vivace, sempre rinnovato ed ognor più diffuso nel grande pubblico, di cui sono prova volta a volta la popolarità di questo argomento nel campo editoriale, giornalistico, televisivo, la ricerca di oggetti di scavo, lo sfrenato collezionismo, la fiorente industria delle falsificazioni e persino alcuni spunti d’ispirazione accolti nell’arte figurata, nella decorazione, nella moda2.
Ai fatti citati si ricollega un fenomeno che più direttamente interessa, seppure in modo marginale e negativo, il mondo degli studi.
Vogliamo alludere alla lunga serie di pubblicazioni pseudoscientifiche e dilettantistiche che sono apparse con singolare frequenza negli ultimi decenni, e continuano ad apparire, sugli Etruschi, sulla loro civiltà e soprattutto sulla loro lingua. Tutti questi casi hanno in comune tra loro il preconcetto che i risultati e l’esperienza cumulatisi attraverso le ricerche storiche di molte generazioni abbiano, ai fini della conquista della verità, un valore secondario o nullo rispetto alla geniale intuizione di un individuo; ignorano i principi del metodo critico, in quanto tendono a trasformare le ipotesi in affermazioni prescindendo dall’obbligo della dimostrazione; si sbizzarriscono nelle conclusioni più fantastiche, la cui inconsistenza risulta tra l’altro dal fatto che esse di volta in volta si contraddicono radicalmente a vicenda. È un modo di affrontare i problemi storici e linguistici che ricorda la ingenuità e le bizzarrie della erudizione seicentesca e settecentesca, e che in un certo senso rappresenta l’anacronistico perpetuarsi dell’etruscheria. Il fenomeno s’inquadra nell’atmosfera suggestiva del «mistero etrusco», come aspirazione a svelarlo miracolisticamente: ciò che spiega la tendenza alla improvvisazione — dalla quale, in qualche caso sfortunato, non sono andati del tutto esenti seri studiosi — e la presa che certe clamorose affermazioni pseudo-scientifiche hanno sovente sul grande pubblico, anche quando esse superano ogni limite di assurdità. Origini e parentele degli Etruschi sono state cercate in tutti i continenti, perfino in America!
Nel campo linguistico al pregiudizio ancora largamente diffuso di una totale indecifrabilità dell’etrusco corrispondono i periodici annunci della improvvisa scoperta di una «chiave» per leggerne i testi, con conseguenti effimere risonanze giornalistiche ed altrettanto rapidi oblii. Ciò determina senza dubbio un persistente disorientamento dell’opinione pubblica nei riguardi delle nozioni e dei problemi etruscologici, rendendo più difficile, ma senza dubbio più necessaria, l’opera esplicativa e divulgativa degli studiosi3.

Etruscologia (1942), settima edizione rinnovata, Milano, U. Hoepli, 1984, pp. 21-24.

1 Cfr. M.PALLOTTINO, Scienza e poesia alla scoperta dell’Etruria, in Quaderni ACI, 24, 1957, pp. 5-22; A. Hus, Les Étrusques et leur destin, cit., pp. 328-348.
2 Su questi problemi, in generale ma con riferimenti alla suggestione etrusca nel mondo attuale, vedi M. PALLOTTINO, Che cos’è l’archeologia, 3° ediz., Firenze, 1980, pp. 59-114. In particolare per i falsi: M. PALLOTTINO, Saggi, III, pp. 1171-1192.
3 A proposito di uno dei più clamorosi tra i vani tentativi dilettanteschi di interpretazione dell’etrusco, e della polemica sorta in margine ad esso, si veda il volumetto di C. BATTISTI, Polemica etrusca (Biblioteca de “Il Saggiatore”, Firenze, 1934). Per alcuni «casi» più recenti cfr. le recensioni in Studi Etruschi, XXI, 1952-53; XXV, 1957; XXX, 1962; XXXII, 1964. Più generalmente: F. De RUYT, De la méthode en étruscologie, in Études Étrusco-Italiques, 1963, p. 1 sgg; A. J. PFIFFIG, Einführung in die Etruskologie, Darmstadt, 1972, pp. 7-10.

 


 

PREMESSA

Sull’archeologia in generale, sulle sue «avventure», sulle sue scoperte sono apparsi in questi ultimi anni tanti libri, destinati a soddisfare le esigenze dei lettori dei più svariati gusti, che aggiungerne ancora un altro alla serie avrebbe potuto sembrare superfluo.
Occorre però dire che la maggior parte di quei libri ha un carattere essenzialmente informativo, sulla storia delle ricerche archeologiche e dei loro protagonisti, o sugli aspetti, a volte assai suggestivi, delle civiltà antiche illustrate attraverso i monumenti. Soltanto pochissime opere affrontano lo studio dei problemi dell’archeologia considerati dal punto di vista del metodo, della finalità e del valore di queste ricerche nell’ambito delle discipline storiche e nei suoi riflessi sulla cultura del mondo contemporaneo, cioè nel senso di una vera e propria impostazione orientativa. Ed anche queste pochissime – cito tra le più recenti e pregevoli quelle di M. Wheeler, di Grahame Clark, di J. A. Potratz – tendono oggi ad accentuare soprattutto la trattazione dei procedimenti tecnici della ricerca archeologica, di più viva attualità, e riflettono la prevalente vocazione dei loro autori per le antichità preistoriche o comunque estranee al mondo classico. Ciò risponde ad una generale reazione determinatasi nel corso degli ultimi decenni contro il secolare predominio degli studi classici e delle tradizioni umanistiche, e ad un sempre più deciso affermarsi del tecnicismo anche nel campo delle indagini vòlte alla conoscenza del passato.
Mi è apparso dunque seducente il proposito di tracciare un nuovo disegno sommario del mondo dell’archeologia, tenendo conto di tutte le sue manifestazioni, anche di quelle, generalmente meno studiate, dei rapporti con le tendenze e con le esigenze della società attuale, e ovviamente considerando con speciale attenzione i suoi sviluppi scientifici più recenti; ma cercando in pari tempo di riequilibrarne i fondamentali valori storici e culturali attraverso un richiamo all’importanza di quel «nucleo» classico intorno al quale, tutto sommato, essa è venuta crescendo nei tempi moderni.
Questo tentativo di riesaminare i problemi dell’archeologia sul piano della massima obiettività ed apertura, prescindendo da ogni impostazione unilaterale, non poteva tuttavia rinunciare ad una certa speciale considerazione delle esperienze italiane, giustificata non soltanto e non tanto dal fatto che l’Italia fu la culla degli studi antiquari dal Rinascimento al principio del secolo XIX, ma anche dal posto che essa occupa attualmente nell’ambito delle attività archeologiche internazionali soprattutto per quel che riguarda alcuni settori della legislazione, della tecnica delle ricerche, della museografia, ecc. Nel rigoglioso sviluppo della letteratura archeologica dei nostri giorni era mancata del resto quasi del tutto una voce italiana; e ciò ha portato a dimenticare alcuni aspetti di fondamentale interesse per la riscoperta e per la conoscenza del mondo antico e dei suoi monumenti, dato che ogni opera di sintesi, per quanto intelligentemente imparziale, non può non riflettere soprattutto le esperienze, i dati, gli esempi che sono più vicini ai settori di attività e alla nazionalità dell’autore.
Obiettività non vuol significare neppure mancanza d’impegno e di calore. I problemi aperti e scottanti dell’archeologia italiana e dell’archeologia mondiale – i pericoli incombenti sul patrimonio monumentale, le incertezze d’indirizzo scientifico, la mancanza di organizzazione, ecc. – sono tanti e così gravi da esigere l’attenzione e l’intervento fattivo degli studiosi (non chiusi nello sterile egoismo delle loro ricerche individuali, ma chiamati ad assumere tutte le responsabilità in difesa dell’oggetto stesso delle loro ricerche). Non ho perciò esitato a ravvivare le pagine che seguono con la individuazione, la denuncia, la invocazione e il suggerimento dei rimedi dei mali e degli errori che più ci preoccupano nel momento attuale.
Vorrei dire infine che, mentre si sostiene oggi (spesso a chiacchiere) la necessità di una funzione sociale della cultura, ho cercato di offrire un quadro dell’archeologia che rispondesse al diffuso interesse popolare per questo argomento e fosse accessibile a tutti, così nella impostazione del discorso e nell’attrattiva degli episodi, come anche e specialmente nel linguaggio, dal quale ho deliberatamente cercato di allontanare quei termini difficili e tecnici dei quali sovente si compiace la prosa dei sapienti (bene inteso, per quanto era possibile, e cercando in ogni caso di aggiungere cenni esplicativi). Non me ne faranno colpa, spero, i lettori più colti.
Con queste ragioni e con questi propositi, che restano sempre attuali, il libro già presentato al pubblico nel 1963 si ripresenta ora a breve distanza di tempo in una nuova edizione che la Casa Sansoni ha voluto molto più ricca per la veste e per il numero e per la qualità delle illustrazioni. Si è così accentuata, tra l’altro, la forza persuasiva delle immagini che accompagnano lo sviluppo del testo e ne esemplificano gli argomenti, ma in pari tempo impostano anche un loro proprio discorso suggestivamente evocatore, sostenuto dal commento delle didascalie; la loro scelta riflette la vastità delle prospettive culturali, artistiche e tecniche nelle quali si articola l’archeologia moderna, con una intenzione di compiutezza che per quanto ci consta non ha precedenti in opere della stessa materia. Il testo e la bibliografia recano tutti quegli aggiornamenti di dati che si rendevano indispensabili per l’utilità del lettore.

Roma, 1 gennaio 1968.

Massimo Pallottino, Che cos’è l’archeologia, Firenze, Sansoni, (1963) 1968, pp. 5-7.