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Testimonianze 2019

Massimo Pallottino nel ricordo dei suoi amici colleghi e studiosi, in occasione del centodecimo anniversario della nascita: Maria Paola Baglione, Maria Bonghi Jovino, Francesco Buranelli, Giovanni Colonna, Filippo Delpino, Adriano La Regina, Laura Maria Michetti, Cristiana Morigi Govi, Valentino Nizzo, Ben Pastor, Francesco Roncalli, Giuseppe Sassatelli, Romolo Augusto Staccioli, Simonetta Stopponi.


Massimo Pallottino (Roma, 9/11/1909 – 7/2/1995), archeologo e storico del mondo antico, ha ricoperto alla Sapienza di Roma la prima cattedra di Etruscologia e antichità italiche ed è considerato il fondatore della moderna disciplina etruscologica, intesa nella sua accezione più ampia – dall’archeologia alla linguistica, dall’epigrafia alla storia dell’arte, alla protostoria e alla storia – e nell’ottica di leggere i fenomeni antichi con spirito critico pur senza trascurare gli approcci tradizionali.
Il suo insegnamento universitario, nel quale si sono formate generazioni di archeologi italiani, la sua passione nella ricerca, che ha dato vita a una serie di importanti progetti molti dei quali ancora in corso, le grandi imprese di scavo da lui promosse, in primo luogo il cantiere-scuola di Pyrgi, le sue eccezionali capacità nella divulgazione scientifica e nella tutela delle antichità, anche attraverso la realizzazione di mostre e l’istituzione di musei come quello didattico della Sapienza, le energie spese per creare nuove realtà di ricerca, come il Centro per l’archeologia etrusco-italica del CNR, sono solo alcuni degli aspetti che si possono mettere in risalto per definire la figura di uno studioso che tanto ha influenzato l’approccio alla conoscenza del mondo etrusco-italico, o meglio del mondo antico in generale.
Della sua Scuola sono eredi – in Italia e anche all’estero – gli allievi dei suoi allievi, che hanno trovato spazio nelle Università, nei Centri di ricerca, nelle Soprintendenze, e per i quali non è sempre facile, nel momento contingente, riuscire a trasmettere i valori che Pallottino ha testimoniato di rigore nella didattica e nella ricerca, di curiosità intellettuale, di impegno civile che dall’ambito universitario si è costantemente esteso a coinvolgere le diverse realtà nelle quali si è trovato ad operare.
La nascita di un sito a lui dedicato non può che contribuire a tenere viva la memoria dello Studioso, favorendo nei giovani l’interesse nei confronti della sua opera e stimolandone l’impegno a proseguire nella direzione da lui tracciata, non dimenticando che, per usare le sue parole, “la Cultura è quanto è conosciuto per sempre”.

Laura M. Michetti

Mi chiedo se altri, fra gli ex studenti, colleghi e ammiratori di Massimo Pallottino, si siano soffermati sulla qualità coinvolgente della sua scrittura. Il suo stile attento, fluido e vivace, a supporto della passione archeologica che ne informò la vita, è stato un ammaestramento e un ulteriore dono per noi che lo abbiamo conosciuto e abbiamo imparato da lui. Grazie anche di questo, Professore.

Ben Pastor

Appartengo a una generazione che non ha avuto il tempo e la fortuna di conoscere personalmente Massimo Pallottino, se non attraverso i suoi scritti o le testimonianze indirette dei suoi eredi, coincidenti con buona parte dei miei maestri.
L’anno della scomparsa di Pallottino (1995) coincise per me con l’avvio del percorso universitario, presso quel dipartimento che il Maestro aveva creato e di cui al mio arrivo era ancora vivissima l’impronta. Potevo all’epoca dire che il suo nome mi era già noto da almeno un decennio, da quando, poco più che bambino il suo manuale (Etruscologia, Milano 1984) era arrivato per la prima volta nelle mie mani, nella sua settima edizione con quella caratteristica copertina rigida, l’impianto chiaro e gradevolissimo nella lettura, la grafica accattivante e quelle dimensioni che lo rendevano simile a un tascabile.
Tra quelle pagine ogni domanda sembrava trovare una risposta chiara e puntuale, in grado di soddisfare la curiosità del lettore ma, al tempo stesso, alimentarla ulteriormente. Una dote rara che caratterizzava quasi tutti i suoi scritti, scientifici o divulgativi essi fossero.
Giunto alla Sapienza, nelle aule in cui a lungo era riecheggiata la sua voce, pur non avendolo mai incontrato si percepiva il peso della sua assenza e, al tempo stesso, quello della sua eredità, scientifica ma anche umana.
L’essenza di quella eredità è divenuta oggi parte integrante della mia professione e, al tempo stesso, della missione di cui devo essere quotidianamente interprete in quanto custode del più importante museo etrusco al mondo.
Una grande responsabilità che si accompagna alla sfida di mantenere viva nella coscienza collettiva una pagina fondamentale della nostra storia che, proprio grazie all’opera di studiosi come Massimo Pallottino, ha acquisito finalmente nel secolo scorso la dignità e l’importanza che le competono.
Nelle frasi che chiudevano la prima versione di quello che sarebbe divenuto il manuale precedentemente citato, Pallottino scriveva:
“[…] attraverso una eredità molteplice di elementi culturali, continua la vita dell’Etruria antica oltre i confini della sua particolare missione storica. Trasfondendosi nel grande crogiolo della romanità, la civiltà etrusca […] partecipa alla suprema realizzazione del mondo antico e si consegna per sempre alla vita e alla storia dell’umanità” (M. Pallottino, Gli Etruschi, Roma 1939, p. 262).
Trovo che queste parole – con i verbi significativamente coniugati al presente – interpretino in modo sufficientemente chiaro quello che è stato uno dei principali obiettivi perseguiti da Pallottino nell’arco di tutta la sua carriera: rendere e mantenere vivi gli Etruschi. Oggi gliene siamo grati e riconoscenti e, a centodieci anni dalla sua nascita, confidiamo che questo sito possa contribuire ulteriormente a protrarne l’opera e la memoria.

Valentino Nizzo

Conoscevo Massimo Pallottino per la sua fama, grazie alle mie precoci letture, ma ne ho avuto la conoscenza diretta solo a partire dal gennaio del 1955.
Frequentando l’Ufficio Tecnico della Soprintendenza di Villa Giulia per consultarne l’Archivio e i preziosi inventari, conobbi l’Ispettore Maurizio Borda, che mi propose di collaborare alla schedatura della collezione Gorga, da poco acquistata dallo Stato e custodita allora nell’Antiquarium del Palatino.
Una volta trasferita nell’Università, in angusti locali contigui al Museo dei Gessi, continuai a curarne la schedatura collaborando con la compianta Susanna Meschini e Giancarlo Ambrosetti.
Costruita la nuova ala della Facoltà di Lettere, Pallottino, che fino ad allora aveva condiviso lo studio con Giglioli, si affrettò a rendersi indipendente, utilizzando la sua nuova sede anche per il seminario, sempre assai affollato, in cui insegnava a redigere la “scheda” di un monumento, o di un semplice oggetto d’instrumentum, sulla base di fotografie distribuite dalla sua assistente M. T. Amorelli. Partecipai con successo al seminario e mi guadagnai così la nomina ad assistente volontario, con dec orrenza da 1° novembre 1958.
Ero un ventenne che aveva dedicato molto del suo tempo, nelle lunghe estati trascorse in Abruzzo, alla ricognizione di un sito archeologico allora totalmente dimenticato, Pollanum, e alla ricerca nelle biblioteche romane di tutto quel che era stato scritto su di esso. Un giorno mi feci coraggio e, all’uscita dall’aula, gli porsi il dattiloscritto che avevo redatto.
Pallottino lo prese e due giorni dopo me lo restituì, con molte correzioni e annotazioni, consigliandomi di sottoporlo al Soprintendente Cianfarani, da poco insediatosi a Chieti. Reperito il suo indirizzo sull’elenco telefonico, ne ottenni per lettera un appuntamento a casa sua (grande fu la sua sorpresa, mi disse poi, nel vedere che non ero un anziano amatore, ma un ragazzo coi pantaloni alla zuava). Nacque così una relazione, che mi valse l’invito a visitare gli scavi di Sepino e, l’anno dopo, l’incarico di scavare per la prima volta il sito di Terravecchia, ossia la Sepino sannitica.

Giovanni Colonna

Massimo Pallottino e l’incidenza di un maître à penser

In occasione dei centodieci anni dalla nascita è sempre molto vivo il ricordo del Maestro avendo esperimentato la vigoria del Suo insegnamento che ha avuto tanta parte nelle scelte e nel prosieguo delle mie ricerche. Nel 2005, a dieci anni dalla Sua scomparsa, e nel 2009 ebbero luogo due Incontri di Studio per rievocarne la figura di studioso che ha svolto un ruolo determinante nella storia della cultura italiana ed europea. Caratterizzante della Sua opera fu il superamento delle teorie degli anni Venti e Trenta del Novecento che fondavano i propri presupposti teorici e teoretici su prospettive che covavano la deriva verso l’irrazionalismo. Al contrario, tenace assertore della storicità dell’arte antica e dei fenomeni contestuali, spostò il livello critico sulle correlazioni artistiche legate a situazioni storiche complesse. Alla radice del Suo pensiero mi è parso di cogliere alcuni messaggi: il suggerimento a non mai forzare la realtà della documentazione archeologica, l’importanza da attribuirsi ad ogni concreta articolazione storica, l’esortazione a ricercare nuovi orientamenti metodologici e nuovi strumenti di indagine. È per la modernità del Suo pensiero che la memoria sopravvive e ancora se ne giova.

Maria Bonghi Jovino

Qualsiasi cosa, ciascuno di noi che l’ha conosciuto, riuscisse a dire di Massimo Pallottino sarebbe comunque insufficiente per ricordare, anche solo in piccola parte, quello che ha fatto e quello che è stato per l’etruscologia e per l’archeologia in generale oltre che per la cultura nazionale. E allora mi limito a una cosa personale: l’ho conosciuto quando, giovanissimo e molto intimorito, mi sono dovuto confrontare con lui a proposito di una pubblicazione che lui stesso aveva promosso e ho potuto verificare quanto la sua autorevolezza fosse pari alla sua cortesia e alla sua disponibilità al confronto. E ora che ho la responsabilità dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi e Italici che lui ha diretto dal 1972 al 1995 sento ancora di più la il peso del suo magistero e la responsabilità di cercare di proseguire nella direzione che lui ci ha indicato.

Giuseppe Sassatelli

Sono stata allieva del Professore alla Scuola di Perfezionamento di Roma e nei corsi di Etruscologia e Antichità Italiche da Lui diretti presso l’Università per Stranieri di Perugia. Durante tali corsi il Professore organizzava visite a Musei e siti archeologici. Eravamo tutti intimoriti e ascoltavamo molto attenti le Sue lezioni. Emanava dalla Sua personalità non soltanto una grande scienza, ma anche una grande chiarezza didattica. La Sua attenzione verso gli allievi era costante e continua, pur sempre molto esigente. Ma su tali aspetti non credo sia il caso di insistere e che sia sufficiente dire: è stato un grande Maestro, ma – vorrei aggiungere – anche un Gentiluomo d’altri tempi. Sono infatti anche altri i ricordi che mi appartengono e che richiamano non il Docente ma soprattutto l’Uomo: innanzi tutto il suo sguardo lampeggiante e terribile, quando qualcosa non andava come voleva o – ancora, e molto diversamente, – il Suo comportamento con la Sua Signora: ricordo le descrizioni dei colori del cielo e delle nuvole che Le faceva, le narrazioni di ciò che stava accadendo, le illustrazioni dei monumenti; inoltre, l’attenzione nell’aiutarLa a tavola, ad esempio, nel versare le bevande. Mi sembrava impossibile che un Professore – diciamolo – burbero ed esigente manifestasse atteggiamenti di tale tenerezza.
Scienza e umanità: un binomio ormai difficile da riscontrare.

Simonetta Stopponi

La memoria selettiva – strumento affilatissimo dell’età avanzata – risparmia all’allievo che l’ha ormai raggiunta lo sforzo di scegliere “a tavolino”, nell’immagine del proprio maestro, i connotati che più lo hanno colpito e, spesso anche inconsciamente, formato: essi balzano fuori e s’impongono da soli alla prima sollecitazione. Così è anche dei miei ricordi di Massimo Pallottino.
Poco sapevo di Etruschi – anzi, neppure me ne interessavo particolarmente – quando, trasferitomi a Roma da Milano per laurearmi in Archeologia Greca e Romana, l’Etruscologia, per mano di Massimo Pallottino, mi ha attirato. Tant’è che, ancora liceale e bergamasco, neanche la celeberrima mostra etrusca milanese a Palazzo Reale del 1955 riuscì a smuovermi e farmi prendere il treno. Deve essere dunque stato proprio il suo insegnamento a catturarmi, il difficile equilibrio in cui lo vedevo muoversi tra il fascino, cui era palesemente sensibile, della civiltà che ci presentava e la disciplinata risposta che imponeva a se stesso e alla nostra giovanile curiosità.
Ma devo obbedire ai ricordi. Ci venivano distribuiti, nelle esercitazioni, i foglietti delle tavole del suo manuale “Etruscologia”: a noi il compito di presentare e schedare quegli ormai arcinoti testimoni dell’arte e della cultura etrusche come se fossimo noi i primi a illustrarli. Le indicazioni forniteci preliminarmente erano piuttosto generiche, e fu questo a colpirmi: perché taglienti invece e spesso chirurgicamente crudeli erano poi le critiche dei nostri elaborati: l’arte maieutica del maestro voleva vedere come l’allievo procedeva lasciato a se stesso e sapeva bene che, se i suggerimenti si dimenticano, le critiche – specie se pubbliche come i rari elogi! – lasciano il segno. Così è stato, e per questo quei seminari si sovrappongono nel mio ricordo, cancellandoli quasi, a due interi corsi di lezioni.
Un altro episodio risponde all’appello e, pur modesto in sé, si fa largo tra molti altri di più ovvio e ufficiale rilievo (la tesi di laurea, la libera docenza cui mi impose di candidarmi…). Lavoravo da qualche anno al Museo Etrusco in Vaticano e, rovistando in quei magazzini, mi era capitato tra le mani uno specchio, scartato (peraltro non senza ragioni) dai miei predecessori dalla eletta schiera dei più celebri esemplari di quella raccolta. Mi era parso di leggervi, sotto un velo di incrostazioni, le tracce di una iscrizione di lunghezza attraente che, liberata da una rapida pulitura, si rivelò leggibilissima: decisi di sottoporla al Professore. Mi ricevette un pomeriggio nel suo studiolo romano della sede della “Tuscia” in Corso Rinascimento, e gli porsi il mio piccolo trofeo attendendo da lui lumi definitivi. Da dietro la barricata di carte e libri che ingombravano lo scrittoio, la sua testa, china sullo specchio fin quasi a toccarlo, emergeva appena. Dopo poco, ecco il primo responso: “sai, ti confesso che ogni tanto l’etrusco mi sembra davvero un mistero!”. Non ricordo nulla delle più meditate riflessioni che certo seguirono: ma quell’incipit, pur ovviamente pronunciato tra il serio e il faceto, mi restò impresso: il maestro che aveva indagato con metodo problemi (e testi) ben più complessi, il fiero combattente del “mistero etrusco” in tutte le sue inveterate accezioni, mi esibiva l’umiltà del dubbio, la freschezza e fecondità di un nihil scire che in lui sopravviveva e resisteva all’invadenza della dottrina. Reazione spontanea e lezione certo inconsapevole: ma io la intesi in quel modo e credo, ora, di dovere ad essa l’apertura ai temi della mia ricerca a venire. Non si sarebbe altrimenti salvata dalla selezione e dall’oblio di cui sopra.
Terzo, sull’ideale podio dei ricordi che compongono il mio personale ritratto di Massimo Pallottino, è quello del brusco “Che ci vai a fare?” con cui reagì al mio annuncio – subito dopo la laurea – che stavo per partire per gli Stati Uniti, dove mi sarei trattenuto per due semestri con un piccolo contratto di “teaching fellow” presso la Fordham University di New York. Non so da quale suo disegno (se pure ce n’era uno) quella mia decisione deviasse: era comunque, a dir poco, imprudente. Gli dissi, per farmi perdonare, che intendevo visitare i musei e le collezioni etrusche di quel paese. La sua iniziale contrarietà non gli impedì tuttavia di scrivere prontamente al docente di quella università ch’era stato incaricato di “visionarmi” una lettera che risultò ovviamente determinante: e appena tornato, l’anno dopo (era il 1963), mi raggiunse per telefono a Bergamo per avvertirmi che si aprivano interessanti possibilità per me ai Musei Vaticani…

Francesco Roncalli

Grazie Professore

Su Massimo Pallottino archeologo, intellettuale, insigne studioso, caposcuola dell’etruscologia moderna, accademico dei Lincei e tanto, tanto altro, e stato scritto moltissimo; su di lui, sulle sue idee sono stati tenuti convegni e tavole rotonde. Brillante intelligenza, profondità di pensiero, raffinata capacità di sintesi storica gli hanno consentito, in quella stagione felice degli anni Settanta – Ottanta, di imprimere una insuperata accelerazione agli studi sulle antichità della “Prima Italia”, come lui stesso brillantemente la definì.
Non tornerò, dunque, sul ruolo preminente che il Professore ebbe nel dibattito scientifico di quegli anni. Tuttavia l’invito a scrivere sul nuovo sito a lui dedicato mi offre l’opportunità di far riemergere alcuni ricordi personali che possono raccontare qualcosa in più dell’uomo Massimo Pallottino: Maestro dai saldi principi morali, dedito all’insegnamento inteso come formazione non solo scientifica, ma anche etica ed umana dei suoi allievi; studioso rispettoso e aperto al sapere e alla competenza altrui, ma soprattutto un intellettuale libero e un credente convinto.
Sono stato il suo ultimo studente e la mia l’ultima tesi della sua lunghissima docenza universitaria, quasi quarantatre anni di insegnamento. I due episodi che vorrei ricordare attengono a due momenti fondamentali della mia vita di allievo: il primo e l’ultimo incontro.
Conobbi il Professore nel 1975, studente al primo anno del mio corso di laurea in Archeologia all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e non dimenticherò mai l’inconsueta agitazione che regnava all’Università quel 17 gennaio. Il Professore entrò in aula visibilmente turbato, si sedette in cattedra senza dire nulla, ci guardò per pochi istanti in silenzio e all’improvviso, quasi avesse preso forza dai nostri sguardi, ci disse che non avrebbe tenuto la prevista lezione del corso d’esame, ma che invece ci avrebbe parlato di uno dei maggiori archeologi del Novecento, una grande personalità venuta a mancare poche ore prima: Ranuccio Bianchi Bandinelli.
Nei trenta, quaranta minuti di magistrale e appassionata dissertazione ripercorse la vita culturale e politica dell’Italia tra le due Grandi Guerre, dal Fascismo fino alla ripresa economica degli anni del dopoguerra, delineando l’apporto di studioso e di intellettuale impegnato che Ranuccio Bianchi Bandinelli aveva prepotentemente interpretato in quei difficili anni.
Tutti conoscevamo la diversità di vedute che separava Pallottino da Bianchi Bandinelli, ma dalle parole del Professore non emerse alcun accento critico, ma solo rispetto per l’uomo, riconoscenza per lo studioso che aveva saputo cogliere il valore dell’arte italica rispetto all’arte classica e ammirazione per un italiano che aveva coerentemente creduto in forti ideali politici e sociali. Quelle che ascoltavamo non erano parole di circostanza, ma sentimenti veri e sinceri, tanto che la sorpresa fu ancora maggiore quando i ricordi divennero più personali e la voce aspra e grintosa di Massimo Pallottino si ruppe per la commozione. In quel momento capii la grandezza dell’uomo, capii che dietro la ruvida severità dell’insigne studioso batteva un cuore generoso e ragionava una mente appassionata, ma obiettiva, aperta al dibattito ed al confronto.
Quell’inaspettata prima lezione fu una delle più belle e formative esperienze universitarie alla quale ebbi la fortuna di assistere, non solo una trattazione ricca di quel sapere che avrei potuto anche apprendere sui testi specialistici, ma una vera lezione di vita, unica ed irripetibile; la dimostrazione plastica di quell’eccezionale incontro di saperi e di competenze che rendeva grande tutto il corpo docente de “La Sapienza” di quegli anni.
Massimo Pallottino – dalla sua cattedra universitaria – rese pubblico omaggio al collega Ranuccio Bianchi Bandinelli che proprio da quella stessa Università si era dimesso inaspettatamente negli anni Sessanta.
Dopo quella lezione, il mio iniziale interesse per l’etruscologia e per le antichità italiche (questo era il titolo della cattedra di Pallottino) si trasformò in un desiderio di ricerca e di conoscenza che il Professore seppe trasmettermi con una passione, una competenza e un rigore che non trovai in nessun altro docente, tanto che decisi già da quelle prime lezioni di laurearmi in etruscologia. Molteplici sono i ricordi di quegli anni giovanili, la corsa per arrivare in orario alle lezioni prima che il Professore chiudesse la porta dell’aula, il timore di essere chiamati a leggere e a commentare in classe le iscrizioni etrusche sotto il suo sguardo severo, i bravissimi Assistenti, i seminari pomeridiani in biblioteca, i viaggi di studio in Etruria, lo scavo di Pyrgi.
Era sempre presente, sempre puntuale, sempre disponibile al suo tavolo dello studio all’Istituto. Per parte mia assistevo a tutte le lezioni e centellinavo ogni sua parola, tanto che i miei appunti di epigrafia etrusca (che ancora oggi conservo) erano richiesti da molti studenti che dovevano sostenere l’esame di etruscologia e, il caso volle, che una di queste poi diventasse mia moglie.
Quel legame maestro-allievo non si è mai interrotto e Massimo Pallottino mi ha poi portato brillantemente alla laurea, al dottorato, al mio primo incarico di lavoro al CNR per poi seguirmi in tutta la carriera successiva.
Fu lui nel 1982 a consigliarmi di non perdere l’occasione di entrare ai Musei Vaticani dicendomi: “… è una straordinaria opportunità di studio e di lavoro a contatto con un patrimonio culturale immenso, che ti offrirà la possibilità di farti strada e di essere apprezzato. Oggi Università e Soprintendenze sono affollate, depotenziate e sarà sempre più difficile affermarsi” e mai consiglio fu tanto vero e lungimirante.
Mi fu sempre vicino nei momenti importanti della mia vita professionale. Mi affiancò quando debuttai con la prima mostra a Roma nel 1987 su “La tomba François di Vulci” e mi aiutò, insieme a Carlo Pietrangeli, allora Direttore dei Musei Vaticani e a Paola Pelagatti, allora Soprintendente per l’Etruria meridionale, a riunificare in Vaticano la Collezione Guglielmi di Vulci.
Incontrai per l’ultima volta Massimo Pallottino la mattina del 6 febbraio 1995.
Passammo un paio di ore a colloquio nel suo studio di Presidente della Società Dante Alighieri a Palazzo Firenze; era sereno, perfettamente lucido e volle essere aggiornato sugli studi e sulle attività che stavo portando avanti. Alla fine dell’incontro mi scrisse una affettuosissima dedica sull’ultima edizione del Suo manuale di Etruscologia con una calligrafia chiara e regolare, con auliche lettere maiuscole di capoverso, la sua inconfondibile firma e quella data “Roma, 6 febbraio 1995”.
La sera stessa, quel cuore instancabile e generoso cessò improvvisamente di battere mentre il Professore era al suo tavolo di lavoro a casa e la testa si reclinò su quel leggio che non aveva mai abbandonato.
Appresi della sua morte alla radio, la mattina successiva.
Improvvisamente avevo perso il mio Maestro non solo di scienza, ma anche di vita, mi era venuto a mancare un rapporto che non si è mai interrotto e mai come oggi sento vivo e presente.
Una ulteriore prova di quanto Massimo Pallottino stimasse i suoi allievi e di quanto credesse nel lavoro del docente universitario la ebbi poco tempo dopo dalla signora Maria Pallottino, la quale mi invitò un pomeriggio a casa sua per dirmi che il Professore aveva voluto che anch’io ricevessi, come ultimo dei suoi allievi, una copia del suo testamento morale che ancora oggi custodisco gelosamente nel cassetto della mia scrivania.

Muoio nella Santa Religione Cristiana Cattolica Apostolica Romana, consapevole che alla Fede va l’omaggio della Ragione umana, alla Speranza ogni motivo di dolore e di paura, alla Carità ogni forza della nostra vita dai suoi inizi all’estremo respiro….
Ho cercato di aiutare il mio prossimo per quanto mi è stato possibile. Ho amato la conoscenza, disperatamente la imparzialità. Non saluto, né bacio, perciò, nessuna ideologia e nessuna bandiera che non sia quella del bene degli uomini e della società.
Vi abbraccio tutti miei cari … assistenti fedelissimi e collaboratori sicurissimi, miei scolari antichi, meno antichi, nuovi, giovanissimi, tutti, ringraziandovi ed esortandovi ad amare il lavoro e lo studio e ad amarvi fra voi, come forse noi, della nostra generazione, abbiamo saputo amarvi.

Roma, 6 ottobre 1972
Massimo Pallottino”.

Sono parole toccanti e sincere che fanno capire chi fosse Massimo Pallottino e quanto bisogno abbiamo ancora oggi dei suoi insegnamenti per far progredire gli studi, la società, il nostro Paese nello spirito e nella continuità dei nostri indimenticabili Maestri.

Francesco Buranelli

Di Massimo Pallottino – che mi è stato maestro, amico, testimone di nozze (e con il quale ho variamente collaborato per oltre un trentennio) – mi piace ricordare, oltre gli indiscutibili meriti di studioso, di docente, di organizzatore, la dote dell’apertura mentale e della larghezza di vedute. Ad esempio nei confronti di quelli che potremmo chiamare, nel campo dell’archeologia, i “non addetti ai lavori” ma “appassionati e cultori”. E ciò in aperto contrasto con la chiusura preconcetta fino all’ostilità, o, nella migliore delle ipotesi, lo scetticismo, di tanti archeologi … “progressisti”.
Ho avuto modo di constatarlo in molte occasioni. Ma, in particolare, al tempo in cui con alcuni amici e colleghi – ormai quasi mezzo secolo fa – ci adoperammo per dare vita (e guidare nella sua iniziale diffusione nazionale) all’associazione di “cultori dell’archeologia” che chiamammo Archeoclub.
Vale la pena di ricordare – e di sottolineare – che Pallottino accolse con interesse e simpatia quell’iniziativa seguendone con consigli e suggerimenti la nascita e la prima diffusione, come uno dei “professionisti dell’archeologia” che “da sempre era stato tra i più aperti, attenti e attivi interlocutori di quelli che, dell’archeologia, potevano definirsi i cultori” (come esplicitamente veniva riconosciuto nel Bollettino n. 18-19 dell’Associazione).
Molto importante, al riguardo, la lettera inviata dal Pallottino in risposta a una “circolare” spedita agli archeologi italiani dai presidenti delle sedi locali dell’Archeoclub in occasione del loro primo convegno nazionale, nell’ottobre del 1973 (e pubblicata nello stesso già citato Bollettino).
Ribadendo la “chiara distinzione di compiti tra archeologi e cultori” e constatato come quella distinzione fosse riconosciuta istituzionalmente dall’Archeoclub che tra archeologi e cultori “promuove la collaborazione e perciò stesso esclude la confusione”, l’illustre maestro concludeva: “ciò premesso, sciogliendo ogni riserva, mi onoro di chiedere la mia iscrizione personale all’Archeoclub”.

Romolo A. Staccioli

Appena iscritta all’Università di Bologna ho frequentato l’insegnamento di Etruscologia e ho studiato il manuale ‘Etruscologia’ di Massimo Pallottino, bibbia per chi voleva affrontare lo studio degli Etruschi ritenuti, secondo una vulgata dura a morire, un popolo misterioso. E’ un testo complesso e sorprendente per la visione che ha saputo prevedere, sulla base di pochi dati archeologici, quello che gli scavi successivi avrebbero confermato con ampiezza.
Non sono stata allieva diretta di Pallottino, che però ho sempre considerato il mio maestro; l’ho conosciuto personalmente nel 1972, al Congresso di Studi Etruschi che si è tenuto ad Este. In quel momento si rivolgeva grande attenzione alla pubblicazione delle necropoli italiane dell’età del Ferro, scavate tra Ottocento e Novecento da grandi archeologi, ma rimaste in gran parte inedite. Io avevo le bozze della Necropoli villanoviana di San Vitale e le mostrai al Professore che, senza giri di parole mi disse: “E’ un’edizione degna del Belucistan” cioè brutta e povera; ci rimasi molto male, ma gli chiesi subito un colloquio in cui spiegai le mie ragioni, non tutte dipendenti da me, e poi apportai alcune correzioni secondo le sue giuste osservazioni. Questo mio coraggio gli piacque e da allora nacque un rapporto di simpatia e di stima, di cui sono ancora molto orgogliosa ed onorata.
Quando veniva Bologna a trovare la figlia Paola insieme alla Signora, una donna di grande stile e acutezza, non mancava di farmi visita al Museo dove gli mostravo le novità degli allestimenti che via via andavamo realizzando.
E proprio il suo amore e la sua conoscenza del Museo Archeologico di Bologna, fu determinante per salvare l’istituto da un trasferimento forzoso.
L’Amministrazione Comunale decise che il Museo doveva trasferirsi in altra sede, peraltro non precisata, per lasciare posto alla contigua Biblioteca dell’Archiginnasio, che aveva veramente bisogno di spazio per i continui incrementi librari. Mi sentii persa. Cercai di combattere e, a Bologna, venne in mio aiuto solo Cesare Gnudi che accompagnò il Sindaco Zangheri in Museo per farlo desistere da questa decisione.
Ma io pensai che c’era bisogno dell’appoggio di un grande archeologo. Telefonai a Pallottino, che subito mi convocò a Roma, nella sede della Tuscia in Corso Rinascimento, perché con documenti e relazioni alla mano gli illustrassi la situazione. Con la sua potente voce mi disse “Il Museo Archeologico non deve spostarsi dalla sua sede storica. E’ un fatto di cultura”, e mi chiese se un suo articolo poteva servire alla causa.
Dopo pochi giorni mi arrivò un importante testo, lungo e documentato, che venne subito stampato a piena pagina su ‘Il Resto del Carlino’ il giornale cittadino più letto. Fu un colpo di cannone. L’Amministrazione Comunale, senza proclami, tornò sui propri passi e il Museo riconquistò, spero per sempre, il diritto di occupare lo storico Palazzo Galvani.

Cristiana Morigi Govi

La mia prima conoscenza di Massimo Pallottino risale al Natale del 1957 quando ricevetti in dono la sua Etruscologia che lessi con voracità, modesto frutto e un po’ di delusione. L’Etruscologia non era in effetti lettura adatta a un ragazzo quattordicenne del tutto impreparato a cogliere la profondità e la complessità di quel manuale al di là dell’apparente scorrevolezza. Un ragazzo il cui interesse per gli etruschi, alimentato dalla lettura dell’Eneide (la simpatia per il tragico Mezenzio, alleato di Turno contro l’insopportabile Enea…) e da ripetute visite alla necropoli di Caere, era corroborato da scorribande per il territorio ceretano alla ricerca di tombe etrusche in cui s’infilava nell’ingenua aspettativa di possibili mirabolanti scoperte, vincendo una certa trepidazione per il frusciar di serpi nell’oscurità…
Iscrittomi a Lettere nel ’62 presi subito a frequentare vari corsi di archeologia tra cui quello di etruscologia e antichità italiche: fu allora che conobbi personalmente Pallottino. Aureolato dalla fama di studioso di reputazione internazionale, temuto per l’esigente severità e le collere improvvise, il professore mi attirava e respingeva ad un tempo. Le sue lezioni erano bellissime e vivaci (è ancor vivo nel mio ricordo l’appassionato fervore che Pallottino metteva nella critica alle ricostruzioni proposte da Einar Gjerstad per la Roma delle origini); quanto mai utili e istruttive le esercitazioni di seminario con studenti, laureandi e assistenti riuniti attorno a un tavolone intenti a seguire la lettura delle “schede” elaborate dagli allievi per i materiali loro proposti tra gli immancabili rilievi del professore, spesso assai severi: una prova dura e temuta che si rivelava molto utile quando poi si affrontava la redazione della tesi di laurea. Preso da molti incarichi il professore, pur scrupoloso nell’adempimento degli impegni universitari, appariva alquanto distante dagli allievi e pressoché irraggiungibile se non passando per la mediazione di un’assistente, aspetti questi che mi spingevano a considerare se rivolgermi ad altri per la tesi di laurea. Esitazioni e dubbi spazzati via da Pallottino che, con mio grande stupore, mi fece un giorno convocare per assegnarmi motu proprio una tesi di laurea, mostrandosi nel corso di quel colloquio sorprendentemente informato su miei interessi e inclinazioni di studio.
Da allora principiai a guardare il professore in altro modo: nella discussione della tesi scoprii il suo rispetto per opinioni diverse dalle sue, purché ben argomentate; con l’intensificarsi dei nostri rapporti mi avvidi, e ne ebbi personale esperienza, della sollecitudine con cui seguiva, anche da lontano, vicende esistenziali e professionali degli allievi. La mia conoscenza di Pallottino crebbe e si fece via via più profonda dal ‘72 con il mio ingresso nel Centro del C.N.R. per l’archeologia etrusco-italica da lui fondato e diretto. Divenuti i nostri contatti pressoché quotidiani potei ben apprezzare l’impegno profuso senza risparmio da Pallottino nella ricerca scientifica, espressione di valori ad un tempo etici e religiosi, la sua curiosità intellettuale, l’apertura alle novità, il rifiuto degli schemi, la capacità di andare lucidamente al nocciolo delle più complesse questioni. Il lavoro fianco a fianco, la condivisione di taluni impegni extraprofessionali e una certa comunanza di sentire fecero poi virare i nostri rapporti all’amicizia. Mi si rivelarono allora altri aspetti dell’animo e del carattere di Massimo Pallottino (il senso dell’umorismo, l’ironia, l’ottimismo come esercizio della volontà e riflesso della virtù cristiana della speranza, sorprendenti tratti d’ingenuità) e, con l’aprirsi delle porte della sua casa, la sua calda umanità soprattutto. Mi piace ricordare al riguardo, nel concludere questa mia breve testimonianza, l’affettuosa sollecitudine con cui prestava per così dire i propri occhi alla moglie Maria, priva della vista, facendole lunghe letture ad alta voce, descrivendole minutamente le scene degli spettacoli cinematografici cui assistevano con frequenza, illustrandole l’aspetto di ambienti e persone, sicché non era insolito sentirle usare con grande disinvoltura il verbo vedere (“dovevi vedere com’era graziosa la mia nipotina con quel suo bel vestitino rosa tutto ricami…”).

Filippo Delpino

La didattica

Massimo Pallottino si era formato alla Sapienza, allievo di G.Q. Giglioli, ed alla Sapienza si era laureato nel 1931, con la monumentale tesi su Tarquinia, e sempre alla Sapienza svolse quasi interamente la sua opera di docente. Dapprima professore incaricato di Etruscologia alla Sapienza, dal 1938 al 1940, l’unica università in Italia dove fosse presente tale cattedra; dopo il periodo di insegnamento presso l’università di Cagliari, come docente ordinario di Archeologia Greca e Romana dal 1940, fu chiamato alla cattedra di Etruscologia della Sapienza nell’anno accademico 1945/1946 ; ricoprirà il ruolo di docente ordinario fino al 1980, quando, raggiunti i limiti di età, dovette abbandonare le lezioni accademiche, storicamente fissate nei “giorni dispari” della settimana.
Nel corso della lunga ed ininterrotta attività didattica alla Sapienza, le basi metodologiche dell’Etruscologia rimangono fissate con estrema chiarezza: il fondamento e l’obiettivo della disciplina consistono nell’inquadramento storico delle attestazioni della cultura etrusca nella sua globalità, dall’organizzazione territoriale e dalle manifestazioni artistico-artigianali fino al patrimonio linguistico-epigrafico ed alla ricostruzione della sfera pubblico-amministrativa e religiosa. L’Etruscologia appare una disciplina estremamente sfaccettata, che ha la finalità di definire l’intero complesso dei caratteri costitutivi di una cultura estesa a larga parte dell’Italia antica per la quale, al contrario di quanto verificatosi con i comparti greco e latino, non sono disponibili opere letterarie che illustrino eventi e pensiero. Da qui, l’importanza della lettura storica della documentazione archeologica e, all’interno di questa, il ruolo primario assegnato alla conservazione e conoscenza dei contesti.
L’articolazione multidisciplinare costituiva la premessa metodologica di tutta l’attività didattica, volta a delineare il carattere autonomo dell’Etruscologia, e conferiva all’insegnamento impartito nell’università romana il carattere di una vera e propria scuola.
D’altra parte, questa “impronta” era già evidente nella stessa tesi di laurea (1931), che affrontava lo studio monografico di Tarquinia con un’ottica multidisciplinare. Nel decennio fra il 1936-37 e il 1947 viene sistematizzata la costruzione dell’Etruscologia secondo la visione pallottiniana: nel 1936 è affrontato il problema linguistico con Elementi di lingua etrusca1; nel 1937 vede la luce la monografia Tarquinia2, nel 1939 il saggio Sulle facies culturali arcaiche dell’Etruria definisce il quadro organico dello sviluppo culturale3; nel 1942, da queste premesse, nasce la prima edizione del manuale il cui titolo appare programmatico nella sua essenzialità, Etruscologia4. Al manuale, che costituirà il testo di base nel corso di tutto l’arco dell’insegnamento, manuale sul quale più volte l’Autore ritornerà operando ampie revisioni ed aggiornamenti, fino al 1984, si associa, nel 1947, L’origine degli Etruschi5, dove viene ribadito il concetto di “formazione” della nazione etrusca, fondamentale nel pensiero storiografico di Pallottino, costantemente ribadito ai suoi allievi nei lunghi anni dedicati all’insegnamento.
L’attività didattica aveva a sua volta, come finalità più profonda, quella di “formare” i giovani studiosi, sviluppandone il senso critico, il rigore scientifico e, soprattutto, l’entusiasmo e la curiosità verso i problemi della ricerca che li avrebbero accompagnati nella futura vita lavorativa.
La didattica era il momento in cui il docente poteva e doveva comunicare i risultati delle ricerche intraprese e rendere partecipi gli studenti delle proprie riflessioni, era il tramite attraverso il quale veniva illustrato agli allievi il percorso incessante condotto dallo studioso, punteggiato dalle date di pubblicazione di opere e di imprese fondamentali nella costruzione della disciplina dell’Etruscologia. Nell’arco di cinque anni, a breve distanza di tempo, vedono la luce la prima edizione della silloge Testimonia linguae etruscae (1954)6, saggi e monografie di ambito storico-artistico (La peinture étrusque 19527, cui si affiancano vari saggi sulla produzione artistica etrusca: l’individuazione dei caratteri formali indipendenti dell’ arte etrusca ed il dibattito sulla distinzione fra Hochkunst e Kleikunst , un tema ripreso anche negli ultimi anni di corso, erano i problemi di fondo oggetto in quel periodo di dibattiti fra archeologi classici ed etruscologi, dibattiti mai sopiti che si protrarranno, sotto angolature diverse, fra studiosi di diversa formazione politico-culturale). Nella serie degli studi, rimane fondamentale il compendio di taglio storico presentato al X Congresso Internazionale di Scienze Storiche nel 1955 (“Le origini storiche dei popoli italici”)8, da cui è tratta l’impostazione basilare delle prime lezioni dei corsi. L’ampiezza dell’arco delle ricerche si riverberava direttamente nello svolgimento delle lezioni, che comportarono sempre un numero di ore dedicato esclusivamente all’epigrafia ed alla linguistica, testimoniando la continua vivacità ed il rinnovarsi della materia fin dai suoi inizi.
Nel corso di tutto l’insegnamento, protrattosi per 35 anni e rivolto non solo agli studenti del corso, ma anche agli allievi della Scuola nazionale di Archeologia, cui era dedicata un’attenzione particolare, gli studenti erano chiamati a partecipare a una successione di imprese e di iniziative scientifiche, trovando sempre una risposta appassionata e attenta.
Il valore di una rigorosa formazione pratica, che conducesse a risultati concreti, come l’elaborazione di una scheda di catalogo archeologico o di carattere epigrafico, giocava un ruolo importante nel percorso didattico impartito. I diversi campi di attività verso i quali venivano indirizzati gli studenti e le attività seminariali, demandate alla cura attenta dei collaboratori, destinati ad aumentare nel corso degli anni (in particolare, dopo il crinale del ’68, che vide un notevole incremento degli iscritti) erano un severo percorso formativo sia per i collaboratori stessi che per gli studenti, perché il vaglio dei risultati ottenuti al termine dei corsi era un passaggio obbligato, di cui Pallottino si faceva carico personalmente, dedicandosi a lunghe e numerose riunioni dove il lavoro di ciascuno era scrupolosamente esaminato e giudicato secondo una precisa metodologia scientifica che doveva sempre essere compresa e rispettata. L’approvazione del lavoro ben condotto e originale era sempre incoraggiante, espressa con parole che restavano impresse nella memoria di tutti, studenti e coordinatori, seduti attorno al tavolo della biblioteca.

L’ideale di formazione degli allievi e la coscienza di avere, a causa del proprio ruolo, il dovere ed il privilegio di operare per creare cultura sono sintetizzati in una frase trovata nelle note preparate per la prolusione della lezione dell’anno accademico 1954-55 : “La cultura è ciò che è conosciuto per sempre”. E a più riprese, nei preziosi fogli e foglietti dove erano fissate le idee che avrebbero costituito il tessuto connettivo delle lezioni, attualmente conservati presso l’archivio del Museo delle Antichità Etrusche e Italiche dell’Università, torna l’avviso rivolto agli studenti di non volere trasmettere nozioni, ma di avere una finalità più complessa e definitiva, di voler trasmettere “cultura”.
Il biennio 54/55 è decisivo sul piano della elaborazione delle modalità di “comunicare la cultura”, compito ritenuto la finalità ultima dell’attività di studioso e docente. L’occasione per risolvere questo, che Pallottino considerava forse l’impegno fondamentale, sul piano umano e scientifico, per uno studioso, trovò la sua affermazione nell’ideazione e nella realizzazione della grande Mostra dell’arte e della civiltà etrusca, nelle due tappe fondamentali di Zurigo e di Milano del 19559. L’impresa scientifica, condotta con criteri innovativi e con la finalità di tradurre in un linguaggio praticabile e comprensibile anche a quanti non facevano parte della ristretta cerchia degli addetti ai lavori, i caratteri culturali di una civiltà antica nel suo divenire storico ebbe, come noto, vastissima eco e segnò un passaggio fondamentale. Per raggiungere pienamente l’obiettivo proposto, al settore espositivo – organizzato nella sede di Milano secondo un criterio cronologico- era unito un secondo ampio settore, definito “Mostra storica”, che rivelava l’attenzione primaria portata da Pallottino alla didattica. Sfruttando ampiamente quanto era allora disponibile per una “visualizzazione” di un percorso didattico mediante l’uso di calchi, modelli ricostruttivi, plastici e pannelli, attuò questo secondo percorso espositivo per “illustrare i diversi aspetti delle vicende storiche e della civiltà spirituale e materiale del popolo etrusco, orientando il visitatore non specialista alla comprensione dell’ambiente in cui maturarono le opere raccolte nella sezione artistica”10.
Il collegamento di questo settore della mostra con la programmazione didattica è sottolineato dal reimpiego di molti materiali realizzati per l’esposizione nel contesto del museo universitario di Etruscologia ed Antichità Italiche, voluto e realizzato da Pallottino ed inaugurato nel 1962 in occasione della sessione di apertura del VI Convegno di Scienze Preistoriche, da lui presieduto. Anche questa istituzione, tuttora attiva come laboratorio didattico, più volte rinnovata ad opera dei vari docenti succedutisi nella direzione, rimane come tangibile ricordo di un costante interesse verso una formazione attiva, non puramente ex cathedra, degli studenti.
L’attenzione verso un approccio diretto con i materiali, che consentisse di imparare a “leggere” un documento archeologico, inserito nel suo contesto storico-produttivo, segna un altro punto caratterizzante della metodologia didattica. Una struttura portante dell’insegnamento era costituita, infatti, dalle regolari visite ai musei ed ai siti archeologici, condotte puntualmente dal Professore, che, attraverso il contatto diretto con il dato archeologico, guidava gli allievi verso una “lettura” attenta e sistematica dei documenti presenti. Domande, obiezioni erano molto ben accette, purché pertinenti; assolutamente annientata ogni espressione di disinteresse o vago mormorio. Nel corso delle visite e delle lezioni si manifestava un’ulteriore caratteristica dello studioso, pronto a ridiscutere sistemi e classificazioni precedentemente elaborati nel momento in cui si presentassero nuovi elementi oggettivi affidabili sotto il profilo metodologico. L’abitudine al riesame della realtà storico-archeologica dell’Italia preromana alla luce dei nuovi dati offerti dalla ricerca sul campo è una costante nel pensiero scientifico e nella metodologia trasmessa nei corsi universitari e si concretizza una volta di più nei capitoli introduttivi di una delle ultime opere monografiche, Storia della prima Italia, edita nel 198411.

Un supporto ineliminabile della comunicazione didattica, al quale veniva rivolta grande attenzione, era rappresentato dal corredo delle immagini, scelte sempre con un’accuratezza che non permetteva deviazioni dal tema della lezione o del testo; in questo ambito, la tecnica nella comunicazione adottata da Pallottino sfruttava l’efficacia sintetizzante delle immagini, realizzate ad hoc ed elaborate in una prima fase da lui stesso per offrire in un rapido colpo d’occhio una visione chiara di situazioni storiche o di fenomeni culturali. Le “cartine”, che tanta parte hanno nei manuali adottati nel corso e negli allestimenti museali, sono il frutto di un lavoro di sintesi inteso a fornire l’approccio più chiaro ed immediato alle tematiche affrontate nel corso o nei testi.
Fra gli appunti conservati in archivio, i disegni realizzati da Pallottino stesso testimoniano la cura e l’attenzione riservata a questo che potrebbe esser considerato un complemento secondario della didattica. La cura nella scelta e nella preparazione delle diapositive doveva rispondere a criteri di funzionalità e di efficienza assolutamente irrinunciabili; avendo ricevuto l’incarico, come assegnista, di occuparmi delle preziose diapositive, conservo vivissimo il ricordo dei giorni di lezione o delle conferenze all’estero, di corse da un laboratorio fotografico allo studio del Professore, per arrivare in tempo a consegnare “quella” diapositiva, spesso ottenuta grazie a funambolici e generosi aiuti di colleghi, pronti a collaborare per venire incontro alle richieste del “Professore”.

Un approccio rigoroso alla ricerca sul campo, condotta con criteri razionali e organizzata secondo un rigido controllo nella raccolta dei dati, aperta al tempo stesso alle innovazioni tecnologiche che andavano gradualmente proponendosi all’attenzione degli archeologi, rimane uno degli elementi cardine che muovono la grande impresa di Pyrgi. Si apre, nel maggio del 1957, grazie a una intuizione di Pallottino, lo scavo volto alla ricerca del santuario di Leucotea, “primo, nel tempo, degli scavi dell’Università di Roma”12. Anche questa impresa, ricca di scoperte che hanno segnato il panorama storico dell’Italia antica, prosegue oggi nel ricordo del Maestro, con il medesimo intento di formazione dei giovani studenti, la cui presenza, sempre entusiasta, è venuta costantemente accrescendosi nel corso degli anni.
L’introduzione al primo rendiconto apparso in Notizie degli Scavi edito nel 1959, che presenta l’inizio degli interventi sul campo affidati in gran parte a quello che ne fu il primo responsabile, Giovanni Colonna, sintetizza come, nel pensiero di Pallottino, la didattica non potesse essere scissa dalla ricerca, ma tutto dovesse rientrare nell’ottica più vasta di quel dovere di salvaguardia e trasmissione della cultura che spettava a quanti avrebbero fatto dello studio della “storia degli uomini” –secondo una definizione molte volte ripetuta durante le lezioni- l’obiettivo dei propri studi: “Quando l’Istituto di Etruscologia e di Antichità Italiche della Università di Roma chiese ed ottenne, a partire dalla primavera del 1957, una concessione di scavo nella zona archeologica di Pyrgi, due motivi essenziali e chiarissimi si proponevano a giustificare la progettata impresa: in primo luogo l’aspirazione a svolgere un’attività di ricerca scientifica –non estranea ai compiti degli istituti universitari- nel settore delle indagini archeologiche, e più precisamente in un luogo la cui esplorazione, di notevole impegno tecnico, appariva connessa ad un problema storico ben definito; secondariamente l’intento di favorire ancora una volta la collaborazione dell’Università con gli uffici delle Antichità e Belle Arti in vista del tirocinio dei giovani, vale a dire di un pressantissimo interesse comune….”13.
Come ricordava, nel corso della commemorazione tenutasi alla Sapienza nel 2005, Giovanni Colonna, l’allievo succedutogli alla cattedra di Etruscologia: “[Pallottino] aveva saputo insegnare… non solo dalla cattedra, ma anche seduto con gli studenti intorno a un tavolo”14. La capacità di comunicare la propria esperienza e la lucidità nell’individuare il punto focale di problemi che si presentavano nel corso delle ricerche sia a collaboratori titolati che ai laureandi ed agli studenti dei seminari veniva a costituire uno dei vincoli più importanti fra il “docente” e gli allievi; incoraggiare chi intraprendeva percorsi di indagine complessi, consigliare, dare, con generosità, il proprio appoggio ed il proprio consiglio, rispettare il lavoro anche dei più giovani, quando era svolto con rigore e originalità, erano doti del Prof non intuibili a un primo approccio, nascoste dalla distanza che ancora si frapponeva nel mondo universitario fra il docente di fama e gli allievi. Questi insegnamenti hanno consentito a molti, più o meno giovani, di crescere formandosi in una piena indipendenza intellettuale.
L’impegno militante per la salvaguardia e la diffusione della cultura era un carattere dominante della sua vita di studioso, anzi era considerato un dovere inerente la vita stessa di ogni studioso che, come tale, doveva anche saper valutare oggettivamente gli eventi che si avvicendavano sulla scena politico-sociale, sforzandosi di abbandonare ogni partigianeria. Gli eventi che incisero sulla vita universitaria, nel ’68 e nel ’77, misero alla prova lo sforzo di oggettività di quello che, nel pensiero comune , era considerato un esempio paradigmatico di docente conservatore .
Insieme con questo, la curiosità inesauribile verso quanto concerneva l’agire umano, l’amata “storia degli uomini”, rimane forse il lascito più vivo.
Nel corso di uno degli incontri in cui mi trovai a collaborare con il Prof, dopo il suo pensionamento, per realizzare l’apparato di immagini delle sue ultime monografie, rientrata a Roma dopo una delle mie incursioni, all’estero o in Italia, organizzate per vedere qualcosa di assolutamente non archeologico, spesso in occasione di mostre, alla domanda “Perché questa visita?” la risposta era stata semplice : “Mi interessava molto”. E, da qui, venne un consiglio di quelli che non si dimenticano: “Mantenga questo suo sguardo aperto sul mondo. Esser curiosi è l’unico modo per non invecchiare!”.

1 Elementi di lingua etrusca Firenze, Il Rinascimento del Libro, 1936.
2 Tarquinia, in Mon. Ant. Linc., XXXVI, 1937, coll. 1-615.
3 “Sulle facies culturali arcaiche dell’Etruria”, in St. Etr. XIII, 1939, pp. 85-129.
4 Etruscologia, Milano, Hoepli, 1942.
5 L’origine degli Etruschi, Roma, Tumminelli, 1947.
6 Testimonia linguae etruscae, Firenze, La Nuova Italia, 1954.
7 La peinture étrusque, Genève, Skira, 1952.
8 “Le origini storiche dei popoli italici”, in relazioni del X Congresso Internazionale di scienze storiche, Roma 4-11 settembre 1955, II, Firenze 1955, pp. 3-60.
9 “Etruskische Kunst” in Kunst und Leben der Etrusker (Ausstellung), Zürich 1955, Zürich, Neue Zürcher Zeitung, 1955;
Mostra dell’arte e della civiltà etrusca. Milano, Palazzo Reale. Introduzione e catalogo, Milano, Silvana Editoriale d’arte, 1955.
10 Mostra Milano 1955, p. XVIII.
11 Storia della prima Italia, 1. ed., Milano, Rusconi, 1984.
12 G. Colonna, “Pallottino, Pyrgi e l’Università di Roma”, in L.M. Michetti (a cura di ), Massimo Pallottino a dieci anni dalla scomparsa, Atti dell’Incontro di Studio, Roma 2005 (2007), p. 82.
13 “Santa Severa (Roma)-Scavi e ricerche nel sito dell’antica Pyrgi (1957-1958)” , in NSc 1957, p. 144.
14 G. Colonna, in “Pallottino, Pyrgi e l’Università di Roma” cit, p. 80.

Maria Paola Baglione